Ramadan come scuola di felicità.

Di Abdallah Kabakebbji

Abdallah Kabakebbji è nato in Siria, arriva fin dai primi mesi di vita in Italia dove vive da allora. È stato tra i fondatori dell’associazione Giovani musulmani d’Italia nel 2001 di cui è stato animatore in vari ruoli. Sposato, ha due figlie e un figlio, abita a Milano dove svolge la professione di medico odontoiatra. Collabora con la moschea Mariam di Milano, presso la Associazione islamica di Milano.

Il modo migliore per conoscere Ramadan è senz’altro leggere la Parola di Dio e capire esattamente, all’origine, che tipo di impresa Egli ci chiede. Nel Corano, nella Sura “Al Baqara”, nei versetti in cui viene prescritto il digiuno di Ramadan, ci sono tre cose principali che Allah ci dice esplicitamente, come fossero tre flash che nel giro di poche righe disegnano una visione molto chiara.

Nel primo, Dio ci mette in connessione con una realtà di credenti che c’è sempre stata ovvero la comunità dei digiunatori. Egli dice nel Corano: “O voi che credete, vi è prescritto il digiuno come era stato prescritto a coloro che vi hanno preceduto.[...]"(2:183). Quindi ci sta dando un’impostazione storica, come dire che questa prescrizione l’ha sempre data, anche ad altri prima di noi. La questione della comunanza e della fratellanza fra tutti gli uomini è molto bella, ci svela un legame fraterno tra tutti i credenti di tutte le epoche che hanno in comune il digiuno come prescrizione. Una prescrizione tradizionale e storica, infatti il digiuno non è una novità, è qualcosa che c’è sempre stato.

Allah ci spiega subito il motivo per cui dobbiamo digiunare. Non è una cosa scontata perché non sempre quando Dio ci chiede delle adorazioni ci spiega in maniera diretta il motivo.  In questo caso ci spiega l’obiettivo del digiuno e dice Dio nel Corano: “[...]Forse diverrete timorati” (2:183) , per costituire la vostra coscienza e il timore di Dio, la Takoua”.

La takoua è sapere che c’è una presenza che controlla e una volontà che è l’occhio osservatore di Dio. Il timore di cui parlo vuol dire tenere conto che Dio c’è, ci osserva e ha delle aspettative su di noi. Quindi ci sta dicendo: “tenetene conto”, e questa è la takoua, e altro non è che la coscienza. L’obiettivo del digiuno, dunque, non è un obiettivo mortificatore né un obiettivo sacrificatore.

La coscienza si impara e si costruisce: ognuno di noi da bambino ha una coscienza naturale, la cosiddetta fitra, e una coscienza che si acquisisce. Una coscienza che viene acquisita all’interno e rafforza questa coscienza e questo comportamento.

Subito dopo questi due versetti Dio ci parla subito delle eccezioni, delle dispense. Allah dice che ci saranno casi in cui sarà difficile fare digiuno e ce ne parla facendo esempi per i casi di viaggio, di malattia naturalmente, di vecchiaia ecc.

Se mettiamo insieme questi tre aspetti possiamo capire come Ramadan è una scuola che ci mette in condivisione. Ramadan, infatti, crea la Umma che in questo momento non ha un aspetto politico, come comunità di credenti, e probabilmente non l’ha mai avuta o c’è stata solo per un periodo molto ristretto in cui i musulmani erano tutti in una sola nazione. Per il resto la Umma è un qualcosa di molto virtuale che diventa reale proprio durante il Ramadan, in questo modo diventa qualcosa di più reale perché c’è una condivisione.

Penso che Ramadan vada letto come una scuola di felicità perché in questo mondo contemporaneo ci porta un insegnamento alla felicità. Siamo, in teoria, in un momento felice dal punto di vista storico perché l’uomo ha sovranità sulle cose e sulla natura, abbiamo una consapevolezza di noi stessi più alta del passato, almeno ci sembra.

Però, per esempio, abbiamo perso la percezione del concetto di sacrificio e del concetto di controllo e obbedienza e di autocontrollo. Questi concetti costruiscono la vita; eppure, noi li abbiamo persi perché considerati qualcosa di arcaico e sicuramente il concetto di sofferenza e pazienza “non vende” sia in politica che nel mercato. Eppure, se ci pensiamo l’amore è fatto anche di tutto ciò: pazienza, sofferenza, obbedienza e sopportazione.

Ramadan è una scuola di felicità perché mi viene in mente un insegnamento del Profeta Mohammed (pbsl) che dice: “per il digiunatore ci sono due grandi momenti di gioia, quando rompe il digiuno e fa iftar e quando incontrerà Allah”. Questo ti fa capire come ci sia una gioia legittima che chiunque può provare.

Siamo in un’epoca in cui, Alhamdulillah, pochi di noi sperimentano la fame vera, che non si intende un languorino se si salta un pasto, si intende la fame che fa male. Il Ramadan fa sentire fame e di conseguenza c’è una felicità particolare di quando si rompe il digiuno e si mangia al tramonto.

Concludo dicendo che la preparazione al Ramadan parte dal ripercorrere la volontà di Dio nel volerci prescrivere questo mese di digiuno. Capire che sicuramente è un mese diverso dagli altri, è un mese in cui è meglio ridurre le attività terrene al minimo indispensabile e di dedicarsi ai momenti spirituali, di portarsi avanti nella lettura di Corano e nelle invocazioni. Senza dimenticarci però che l’Islam è la religione di tutto l’anno e non solo di Ramadan. I buoni propositi di questo mese, dunque, andrebbero portati avanti anche dopo che è finito.

 

 

 

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