Da soldatessa a infermiera in prima linea nell’emergenza Covid-19: la storia di Raisa.

Raisa Labaran ha 29 anni. Nasce a Brescia, dove oggi vive fieramente, da mamma di origini ghanesi e da papà nigeriano.  È un’infermiera che lavora nello stesso ospedale in cui è nata, dove ha cominciato la carriera all’interno di un'unità sub-intensiva COVID e attualmente lavora in un’unità operativa COVID.

Ciao Raisa, hai iniziato la tua carriera da infermiera proprio nel 2020, cosa sognavi di fare da bambina?

“Da bambina volevo diventare una soldatessa, per entrare nell’esercito e lavorare in un ospedale da campo. Dopo il 2001 ho cominciato a cambiare idea, pensando che avrebbe potuto essere difficile. Inizialmente, pensavo di voler diventare una dottoressa, ma, con il passare del tempo, ho capito che non mi piaceva, in realtà. Mi son innamorata dell’infermieristica, e della professione dell’infermiere, ma non perché non ho passato il test di medicina!”

Che difficoltà hai incontrato durante il tuo percorso, se ce ne sono state?

“Alcune difficoltà incontrate sono legate al colore della mia pelle, altre al fatto che sono donna e altre ancora al velo. Se non è per un motivo, è per l’altro.

Talvolta, sono stata rifiutata durante la selezione lavorativa a causa del hijab, come succede a tante ragazze velate.

In altri casi, il fattore discriminante è stato il colore della mia pelle, la cui accettazione è stata tardiva in Italia.

Da piccola, soprattutto, ho vissuto situazioni in cui valeva l’equazione “nero = non è bello”, aspetto che ancora oggi ha un effetto su di me.

Infine, anche la mia identità di donna ha influito sul mio percorso, perché, nonostante nel campo sanitario la disparità di genere sia più attutita rispetto a altri campi lavorativi, in Italia c’è ancora una lunga strada da fare.”

Non sarà stato facile, qual è il tuo punto di forza per andare avanti?

“Mia mamma, sicuramente: senza di lei penso che avrei mollato anni fa.

Mi ha insegnato tutto: dalla tenacia alla fierezza di essere donna, dal fatto che si possa fare tutto all’importanza del sapere.

Ho sempre visto mia mamma leggere e partecipare a corsi di studio, mentre prendeva la licenza superiore qua in Italia.

Quando ha trovato ostacoli, si reinventava ogni volta: per me è un esempio. È la mia forza.

Mentre studiavo Infermieristica all’università, facevo la mediatrice e davo ripetizioni e, nel momento in cui ho avuto problemi a conciliare studio e lavoro, lei c’è sempre stata, spronandomi a non mollare né uno, né l’altro.

Mia mamma è il mio mentore, la mia colonna, e tutte le sfide che ha affrontato mi infondono coraggio.

È sorprendente tutta quella forza, in una donna che è persino piccolina di statura.

Ha proprio la stoffa della leader. Avere dei genitori che ti dicono cosa fare, ma non sono loro stessi gli esempi, è diverso da quando vedi i genitori che sono d’esempio: non puoi esimerti.”

Hai un altro esempio di donna che ammiri e che segui?

“Una figura che mi ha sempre affascinato, e mi ha aiutato nel mio percorso di consapevolezza per quanto riguarda l’essere una donna nera, è stata Rosa Parks.

Mia mamma mi aveva regalato la sua biografia e nonostante inizialmente non volessi leggere storie di vita di personaggi famosi neri, quel libro mi ha stupito e mi ha aperto un mondo. Ho pensato che avrei potuto essere anche io “la Rosa Parks d’Italia”, facendo quello che riesco nel mio piccolo.”

Che consigli daresti a chi ha ancora tutta la strada in salita da percorrere?

“Se non parti da te stessa, non arrivi da alcuna parte.

Soprattutto quando sei giovane, hai un sacco di energia e vuoi conquistare il mondo, è importante partire da sé stessi e capire quale sia la propria strada.

Se penso al mio passato, mi rendo conto di aver incanalato tante volte le mie energie nel cercare approvazione da parte degli altri, perché non ero in grado di accettarmi.

Cerchi di fare il massimo perché vuoi stare con il gruppo e sentirti accettata. Tuttavia, quando ti fermi un attimo e cerchi di capire quali siano le tue fragilità e se ci sia qualcosa che non accetti di te stesso, riesci a trovare la tua strada. Ciò accade una volta che ti sei fermata e risolvi quei punti interrogativi e le parentesi non chiuse. In caso contrario, rimani ferma, come se stessi correndo sul posto: ti sembra di fare fatica e muoverti, ma non arrivi da nessuna parte.

Il tempo è poco, anche se ci sembra tantissimo. Se ti fermi e ragioni, capisci cosa vuoi e come lo vuoi ottenere. Il gruppo è importante, perché la tua identità riflette quella delle persone che frequenti, può essere utile, ma è fondamentale fermarsi e capire quali siano i propri obiettivi.

È necessario anche concedersi la possibilità di ricredersi e avere il coraggio di ammettere un proprio errore, per riuscire a cambiare idea e prospettiva.

Io ho messo il velo a 18 anni, alla fine della scuola superiore. Sono contenta di questa scelta ed è una decisione che avevo preso anche grazie al supporto di un gruppo di amiche. Con il velo mi si sono aperte strade che, altrimenti, non avrei percorso. Ho vissuto esperienze importanti. Indossarlo non mi ha limitato, anzi!”

Per finire raccontaci un episodio della tua vita che è stato importante.

“Un giorno vidi il bando del servizio civile e chiesi a mia mamma cosa ne pensasse.

Mi suggerì di provarci, ma ero scoraggiata, perché pensavo che con il velo non mi avrebbero mai preso.

Mia mamma, insistette così tanto perché mi presentassi al colloquio, che alla fine corsi il rischio.

L’addetto alle selezioni, dopo avermi osservata mentre ero seduta in sala d’attesa, chiamò il mio cognome. Quando alzai la mano dicendo: “Sì, sono io!”, mi disse: “Mi aspettavo una signora veneta, con questo cognome!”.

Entrai, si svolse il colloquio e, alla fine, mi chiese: “Ma tu saresti disposta a mettere un cappellino, al posto del tuo velo?”.

Gli lanciai un’occhiata e risposi: “No, guarda, un cappellino no, semmai sopra il velo, lo posso mettere. Quello sì, non è un problema.”.

Mi richiamarono dopo un po’ di tempo, annunciando che avevano scelto me, insieme ad altri tre ragazzi, su cinquanta candidati che si erano presentati alla selezione.

Durante il servizio civile, incontrai il mio intervistatore, che mi domandò: “Sai perché hai passato la tua prova di selezione? Perché, quando ti chiesi se fossi disposta a togliere il velo, hai detto di NO.”.

Ero stupita, non me l’aspettavo.

Mi spiegò: “Per me le persone devono essere ferme sulle loro scelte, anche se non condivido il loro orientamento.”.

Ero davvero felice, perché questo episodio fu per me la prova che l'importante è essere sicuri delle nostre scelte. Bisogna correre il rischio e credere in Dio, con la consapevolezza che, se sarà un bene, allora prenderemo quel posto di lavoro o raggiungeremo quell’obiettivo.

A volte, noi ragazze con il velo ci ostacoliamo da sole, ma non dovremmo partire da questa idea.

Certo, a volte capita di trovare delle difficoltà, ma bisogna affrontare la vita con coraggio.

La tua vera identità prevale sempre su come le persone ti vedono in apparenza, nel bene e nel male.”

 

2 commenti

  • Grazie Raisa per avere condiviso con noi una parte della tua vita.
    Come molte di noi essere donne e musulmane ci porta ad affrontare delle sfide nella nostra quotidianitá che però come hai detto anche tu bisogna imparare ad affrontare a testa alta senza rinunciare a parte della nostra identitá. Sei una donna in gamba e una stupenda amica !

    Fatima ezzahra
  • Grazie Raisa per questa testimonianza. Molto toccante e fonte di ispirazione per tutte le ragazze che credono in un ideale!

    Rima

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